dot22 Messaggio Importante a tutti i clienti!

Tempo di consegna per le mute su misura

1. A causa del consistente numero di ordini pervenuti in questi mesi, vi ricordiamo che la data prevista per la consegna di una muta su misura prenotata in questi giorni è confermata solamente entro fine Marzo 2012.

Quindi nel caso siate interessati ad ordinarne una, vi preghiamo di considerare il tempo necessario ed eventualmente di prenotarvi in anticipo.

   

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dot22 SE NON AMATE FARVI VEDERE..(DAI PESCI!) PROVATE I NUOVI MIMETICI ELIOS...

   

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Neoprene made in Taiwan (Sheicomolto morbido, elastico, ideale per medie profondità (20/25mt), ottima protezione termica, super-comfort ed una perfetta aderenza al corpo garantita da taglio anatomico confezionato con pochissime pezze di neoprene (per garantire una maggiore durata della muta), sogomato per una perfetta aderenza al corpo in tutte le posizioni e non solo in posture predeterminate, con cuciture non passanti e con lo stesso colore della muta.

Su richiesta si possono applicare senza problemi le toppe alle ginocchia e la toppa sternale per il caricamento dell’arbalete.

 

Sono disponibili le seguenti versioni:

- Spaccato / Foderato Mimetico

- Spalmato titanio / Foderato Mimetico

- Foderato Superstretch interno / Foderato Mimetico (si veste come una maglietta ed è la muta più robusta in assoluto)

   

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Il nuovo sito tematico di ELIOS Sub completamente dedicato al nuovo "mimetico" STONE..........

   

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Scuola di apnea e mental training

 

 

Casella di testo:  Il Mutino da Apnea nell’Allenamento e nella Prestazione: di Armando Lombardi

 

 

 

 

Tutti i praticanti di una Disciplina, di qualsiasi disciplina, sono animati da una motivazione fondamentale, che dallo sfondo funge da motore di tutto quello che viene poi agito nella discipline intorno ad essa, attraverso le sue componenti propedeutiche.

Quella motivazione è il propellente di ogni sforzo si farà nella direzione della crescita, quella dei risultati, e quella della propria immagine di sé, che anche dei risultati positivi si nutre. Anzi, è soprattutto di risultati e informazioni positive che la nostra autostima ha bisogno.

Crescere, in una disciplina e attraverso una disciplina, significa essere impegnati in una lunga e talvolta faticosa stagione di attività; molte di queste riguardano la pratica, ma molte riguardano la costante ricerca di tutto ciò che nella pratica può entrare portando un contributo favorevole, evolutivo: nuove metodiche di allenamento, di alimentazione, di entrare nella attività specifica dopo aver fatto altre cose che rendano l’accesso più favorevole ai risultati.

Tutto questo facciamo e abbiamo fatto anche noi apneisti: basti guardare a come, negli ultimi quindici anni, sono cambiate le tecniche, gli allenamenti –specifici e propedeutici-, le attrezzature.

 

Alcuni contributi, anche quelli editoriali, hanno aiutato a definire con maggiore chiarezza i modi più opportuni di organizzare gli allenamenti, gli strumenti di conoscenza e di esperienza che avrebbero portato a una crescita più armonica. Alcuni contributi, compresi quelli che io ho realizzato nella mia attività di divulgatore e di formatore tecnico, si sono occupati di chiarire come le attrezzature lavorino su piani diversi e complementari: da una parte, esse ci aiutano tecnicamente in base alle caratteristiche funzionali che esprimono, dall’altra ci aiutano a trovare quei sostegni mentali, sensoriali, infine emozionali, che facilitano le nostre esperienze e le nostre prestazioni.

 

Valga un esempio per tutti: solo pochi anni fa erano impensabili certe caratteristiche dei Neopeni di oggi; c’erano materiali duri, legnosi, che costringevano il respiro e ci facevano penare per andare, specialmente in inverno, qualche metro più giù. Se facciamo uno sforzo per ricordare con chiarezza, vedremo riaffiorare  le sensazioni di certo poco gradevoli legate a quelle mute, e il modo con il quale incidevano sullo stato d’animo, su quello che provavamo in una certa situazione, in una discesa, in un impegnativo trasferimento in superficie. Questo semplice esercizio ci aiuterà a comprendere con più forza come il nostro gesto sia influenzato non solo da alcune caratteristiche funzionali, ma dal modo che un attrezzo ha di armonizzarsi con le nostre sensazioni, favorendo o meno processi mentali e pensieri che ci aiutino dal punto di vista dell’efficacia del gesto. Una pinna, ad esempio, più rigida, ha un potenziale di spinta maggiore di una pinna meno rigida; ma sarà il giusto compromesso tra questa caratteristica e il suo grado di confortevolezza a fare la differenza. Una pinna ci deve non solo spingere, ma deve lavorare al servizio di un sistema vasto, nel quale le gambe sono solo una parte: c’è un corpo che governa quelle gambe, e una mente che registra e amplifica tutte le sensazioni, nel bene e nel male. Ne consegue che la maggiore e più determinante caratteristica della pinna ideale è non solo la spinta teorica, ma la sua capacità di entrare in modo armonico nel nostro sistema di percezioni.

L’Apnea, lo sappiamo, non è una prova di forza, ma il risultato di tante combinazioni che devono incastrarsi affinchè la sospensione del respiro e ciò che durante quella sospensione facciamo siano il meno turbati possibili da elementi di sofferenza, sia fisica sia mentale. Per questo, essa, ancor più di ogni altra disciplina, richiede che il rapporto con  gli attrezzi selezionati sia l’apice di una adeguata comprensione di quello di cui si ha bisogno. Parlando con Stefano Morosini, che conosco da tantissimi anni, mi è venuto in mente di scrivere queste mie considerazioni sul Mutino da Apnea, che Elios ha prodotto prima di ogni altro, e con soluzioni orientate a un prodotto che soddisfi tutti i punti di vista, quello tecnico e quello più interno al praticante.

L’utilizzo del Mutino da Piscina, nelle sue diverse varianti, con o senza cappuccio, due pezzi o intero, nei diversi spessori, 1,5mm o 2 mm, più morbido o più duro, in ragione del tipo di lavoro da svolgere, ha rappresentato un passaggio cruciale nella mia esperienza.

Prima, usavo cose di vario genere, ma sempre con la sensazione che ci fosse un dettaglio fuori quadratura: e allora ero lento o pesante, avevo freddo e non ero rilassato, con una ricaduta sulla qualità del mio allenamento, sia nella statica che nella dinamica. Fu con Stefano che iniziammo a valutare il Mutino e le sue possibili caratteristiche in base ai lavori da svolgere, sperimentando diverse soluzioni e diversi modi di arrivare al taglio e alle misure ideali, tenendo conto che su questi spessori sottili il grado di maggiore elasticità rende necessaria una diminazione delle misure del taglio. Mano a mano che venivano salvate le soluzioni ottimali, registravo nelle mie sedute delle crescite importanti, sia come benessere sia come risultati. Ricordo che fui io a consigliare a Monica Barbero l’adozione del Mutino con Cappuccio: da allora Monica non lo ha più tolto, definendolo come un suo punto di forza nella ottimizzazione di tutti i dettagli che stanno alla base dei suoi successi.

 

Il mutino in pratica:

Casella di testo:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Partendo dalla Apnea Statica, che è una delle discipline di base, queste sono le mie considerazioni: in queste sedute, gli elementi fondamentali sono due: tenuta termica e confort.

 

La tenuta termica deve essere garantita da un  materiale capace di unire la densità e la compattezza, che sono correlate, alla piacevolezza d’uso: diventa determinante il taglio, dal quale deriva la comodità di impiego. Elios dispone di materiali microcellulari che, anche sugli spessori sottili , garantiscono una consistente tenuta termica. Il dettaglio in questo caso tra i più significativi, è il cappuccio, in particolare nella zona del mento: deve essere fasciante ma non troppo stretto, in modo da non creare sofferenza e inquietudine. La Statica la si costruisce mettendo insieme tanti pezzi, e per farlo richiede un profondo grado di rilassamento: non si deve combattere con il fastidio, ovunque esso si manifesti; ecco perché questa disciplina è sostanzialmente influenzata dalla Muta che si adopera, ed ecco perché ribadisco che le mie soluzioni migliori sono nate dalla collaborazione con ELIOS.

 

La Dinamica:

L’Apnea dinamica, da sola e nelle sue combinazioni con la statica, è la più incisiva palestra dell’allenamento specifico; è quella che ci prepara anche per la pescasub, in tutte le sue possibili situazioni, e per l’apnea profonda. E’ lì che si costruiscono tutti gli adattamenti, sia fisici ( atletici ) sia mentali. L’evoluzione, in questo caso, è il risultato della qualità e della quantità di impegno, ma anche dalla perfetta combinazione degli attrezzi usati. Superfluo sottolineare che sono determinanti le pinne e ciò che si utilizza per coprirsi e garantirsi la migliore termicità e l’avanzamento più idrodinamico possibile.

 

Casella di testo:

 

 

 

                                                              

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

( nell’immagine, una dinamica con passo lento eseguita da Armando Lombardi con Mutino da 1,5 mm; in cintura, un peso da 1kg; al collo uno da 1,5kg )

 

La Dinamica e le sue possibili specializzazioni.

 

Sappiamo che l’apnea Dinamica va allenata con tabelle che tengano conto del nostro grado di preparazione. Quindi, il numero di ripetute, i tempi di tratta e di recupero, e il lavoro globale di un allenamento, vanno misurati e adattati mano a mano che ci si abitua agli stimoli allenanti.

In base ai lavori che facciamo, specializziamo di conseguenza gli attrezzi. Io sono partito con un solo mutino e con un solo paio di pinne; oggi, uso tre mutini diversi e tre diverse paia di pinne.

Al’inizio, ciò che dobbiamo fare è adattarci alla situazione, cercando di trovare gradevole l’essere in una vasca e andare avanti e indietro lungo una linea blu. Superata questa fase, si inizia a spingere sugli stimoli, e , in relazione alle proprie capacità, si aumentano le distanze e le ripetute, arrivando a sedute anche molto impegnative.

 

Lento o Veloce?: né solo l’uno né solo l’altro. Dobbiamo allenarci con serie e sedute basate sulla velocità, e con altre sulla lentezza. La prestazione finale, quando l’avremo costruita nel tempo, sarà il risultato di queste diverse abilità conseguite: ovvero, la capacità di tollerare velocità e tempo in apnea. Molti atleti basano la loro dinamica su uno solo di questi due mondi: alcuni sono molto veloci e altri molto lenti; anche molto, molto lenti. Ritengo che la verità sia nel mezzo, e che vadano allenate tutte le competenze, in modo da mettere nel proprio ventaglio di abilità ogni risorsa utile.

 

Ce ci alleniamo sulla velocità in questo caso il mutino ideale è 1,5mm, max 2mm, di struttura compatta, in modo che con il movimento veloce non si deformi, e in modo da non dovere utilizzare molto peso; in genere, con questo assetto basta il collare.

 

Se ci alleniamo in modo lento,  e vogliamo rendere le cose più difficili, arrivando a lentezze molto impegnative, occorre aumentare lo spessore, poiché si produce meno calore: si possono utilizzare, per rallentare e complicare l’avanzamento, anche molti pesi in cintura. Per le andature lente, il neoprene può essere più morbido, e quindi premiare la sensazione di maggiore libertà toracica.

 

In una prossima occasione, approfondiremo i contenuti sin qui trattati, e ci occuperemo delle mute per il Mare.

Casella di testo:

 

 

Nell’immagine, una Apneista raggiunge il fondo: si fermerà qualche istante tra la sabbia e la posidonia: che c’è di meglio?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Con Stefano, vorremmo tornare ferquentemente su questi temi tecnici, magari anche parlando di tabelle e, perché no, magari organizzando dalle parti di Cattolica  uno Stage di due giornate sull’allenamento e sulle attrezzature. Io, al momento, sono impegnato nella redazione di un nuovo libro ( che si aggiungerà ai miei primi due ) e alla costituzione di AcquAria, la Scuola di Apnea in cui confluirà la mia attività formativa. Il suo orientamento, vista la mia formazione quale Counselor Sportivo e sul Mental Training, sarà molto tecnico, mettendo a disposizione di apneisti, pescatori e istruttori, un articolato bagaglio teorico/esperienziale.

Se ci sono bisogni o suggerimenti e richieste relative a temi che vorreste venissero trattati sul Sito ELIOS, potete scrivere a ELIOS o alla mia e-mail: armandolombardi1@virgilio.it

 

 

A presto, Armando Lombardi

 

 

 

 

 

 

 

   

dot22 Apnea e Meditazione

OGGETTO: Articolo di Armando Lombardi

In Collaborazione con ELIOS -SUB

                   

TITOLO: Quando l’Anima incontrò l’Apnea

SOTTOTITOLO: Mayol, il primo modello verso l’Armonia di Corpo e Mente

 

Jaques Mayol è certamente stato un ricercatore solitario, anche se molta parte della sua esperienza matura l’ha condivisa con alcuni imprescindibili collaboratori nelle acque della nostra isola d’Elba, dove strinse una decisiva amicizia con un personaggio ormai leggendario, “ il corsaro”. Quello che però Mayol condivideva, anche con le persone a lui più vicine, era il vertice della sua piramide, ovvero quello che si poteva vedere, registrare, a ridosso o nel momento della sua azione. Gli stessi rigorosi controlli medici ai quali si sottopose per raggiungere le sue massime profondità erano un corredo –fondamentale-  nel corso del  quale non chiariva a chi lo accompagnava la sua mappa interna. Questo è un dato di cronaca, avvalorato dalla testimonianza di chi lo ha conosciuto a fondo. La sua costruzione interna, quella sulla quale poggiavano i suoi risultati, non fu chiarita, infatti, neanche sul suo testamento filosofico: il volume Homo Delphinus. In quel lungo e articolato racconto organizzato per aree tematiche, il grande apneista  chiarì la mappa esterna, indicando solo superficialmente quello che nella maturità si andò intimamente definendo come il suo personale metodo. Quel metodo per il quale venne riconosciuto come chi opponeva alla forza mediterranea di Enzo Maiorca una strategia fondata su una dimensione maggiormente spiritualizzata. Non basta, per circoscrivere l’esperienza dell’uomo delfino, pensare che lo Yoga sia stata la sola o più importante sua risorsa: come ho già avuto modo di scrivere nelle riflessioni che lungo il mio percorso ho dedicato a questo fondamentale protagonista della nostra disciplina, la sua era una vera vocazione Trans-culturale. Era un nomade, capace di raccogliere quello che da diverse tradizioni culturali poteva contribuire alla maturazione del suo gesto e del mondo suo interno dal quale il gesto atletico si sarebbe infine prodotto. Sono altrettanto famose delle sue immagini durante le pratiche Yoga, quelle che lo ritraggono nel corso di una lunga permanenza in un monastero Zen, nel quale fu discepolo –talvolta con qualche complicazione, considerata la sua età avanzata- di un un monaco che cercò di sintetizzare in un percorso intensivo ciò che la cultura del Buddismo Zen,  incrociata con i principi Taoisti, aveva imparato sull’energia e sui processi della mente lungo un itinerario  plurisecolare.  Questo monaco e mite maestro, figlio della millenaria cultura che ancora oggi testimonia di aver compreso principi che la moderna fisica quantistica ha appena teorizzato e sperimentato, si chiamava confidenzialmente “  O Sho ‘San, e soleva sorridere bonariamente a Mayol quando lo vedeva cadere vittima di quel pensiero accelerato e convulso che correva sullo sfondo delle sue esercitazioni in apnea. La stessa forma di pensiero della quale abbiamo parlato approfondendo i termini del conflitto tra intenzione di realizzare un certo risultato e percezione di non potercela fare. Pensiero condito da immagini spesso caotiche, alle quali si connettono inevitabilmente risposte organiche che riguardano il tono e il metabolismo. Mentre sorridendo e sdrammatizzando il fastidio che il suo non più giovane allievo Jaques cercava di nascondergli, O Sho ‘San gli suggeriva di lasciar perdere la mente: “ No tinkin, no tinkin”, gli ripeteva, indicandogli che il conflitto non solo non si riduce con il pensiero, ma si accresce, divenendo totalmente pervasivo. Ma allora, cosa esattamente gli suggeriva il monaco con quella divertita esortazione? La semplice accettazione di ciò che a Mayol si presentava in termini di dubbio e di tormento sulla prestazione che si attendeva: un pò quello di cui abbiamo parlato nei numeri scorsi. Ciò che Jaques sperimentò in quella sede, dove era approdato già padrone delle tecniche Yogiche, dalle Asana al Pranayama  -che delle Asana è conseguenza- , fu la maggiore capacità di giungere al silenzio mentale, dove si dischiudono risorse connaturate al nostro “profondo” inconscio, dove la mente ordinaria –quella che usiamo per le nostre continue e talvolta faticose valutazioni- non arriva con le sue capacità di controllo e organizzazione. Però, per giungere in quello “spazio” del profondo, bisogna imparare a dialogare intelligentemente con i nostri conflitti, con ciò che li genera e li accresce,  e che nella generalità dei casi si riduce all’Intenzione, che gli orientali chiamano più genericamente “desiderio”. Non è un caso che nelle letterature legate alle discipline d’oriente, il principio costantemente basilare non è altro che la “sospensione del desiderio”. Dalle nostre parti, guardando alle prodigiose manifestazioni di capacità delle quali sono stati testimoni i grandi Yogi o i Monaci Shaolìn, abbiamo isolato solo il vertice della loro piramide, ovvero la prestazione, trascurando che nella loro esperienza essa deriva da un rigoroso esercizio che proprio nella prestazione

riconosce l’ultimo obiettivo necessario. Nella nostra Apnea, in margine all’esperienza di Mayol, anche a distanza di molti anni, si è assistito a una sorta di paradosso, cioè alla applicazione di pratiche meditative per realizzare un risultato. Questa consuetudine che ho qui voluto evidenziare, rappresenta una forte distorsione, non solo perché infrange un principio vitale interno a quelle discipline, ma perché genera un inevitabile conflitto in chi si cimenta nel tentativo di strumentalizzare per un fine ciò che in origine è nato senza un fine legate al bisogno  e al desiderio. Jaques, imparò esattamente questo: imparò a sedare il “fuoco” del desiderio, aggirando il conflitto, e creando il presupposto di un gesto che diveniva spontaneo, capace di originarsi in un clima interiore di matura neutralità. Jaques, però, non divenne mai un “maestro”, nel senso che non scelse tra le sue priorità la definizione di una mappa che trasferisse ad altri la struttura delle sue conquiste. Ci fu solo una occasione che lo vide coinvolto in una esperienza che non fosse la propria, cioè quando aiutò la Angela Bandini a realizzare le sue conquiste sulla verticale profonda. C’è una storia realmente accaduta, che desidero  qui ricordare:  Mondo Sommerso, la rivista vicina a Pescare Apnea  e sua progenitrice, ne fu protagonista nel 1984: si era diffusa la percezione che l’incontro tra Apnea e Yoga fosse un incontro virtuoso, capace di generare un nuovo e più armonico modo di andare sott’acqua; Mondo Soomerso, in collaborazione con la Federazione Italiana Yoga, organizzò uno stage di sperimentazione sull’Isola d’Elba, invitando subacquei esperti e meno esperti e alcuni maestri Yoga, tra i quali Marcello Curti –uno tra i più rinomati, e Luciano Plutino, praticante di alto livello. L’obiettivo dell’evento era la verifica della possibilità che alcuni accorgimenti tratti dallo Yoga –alcune Asana (posizioni) e alcune respirazioni tratte dal Pranayama- influenzassero positivamente le apnee. Le osservazioni riguardarono quasi esclusivamente l’apnea statica, con i primi tentativi di dare una lettura anche medico/scientifica alle risposte  soggettive. Tra i presenti, infatti, c’era una tra le maggiori autorità della medicina subacquea di quel tempo, il medico spagnolo Pedro de Vicente. Jaques Mayol, che era all’Elba, intervenne solo come testimone osservatore, indicando, con quella presenza un po’ appartata, che la sua natura era inviolabilmente quella di un solitario della ricerca. Ho, con la debita umiltà, cercato di analizzare questa scelta, concludendo –in modo del tutto personale- che non fu un atto di superbia, ma la semplice espressione di una natura discreta. Ma, riconosco in quella scelta anche un diverso contenuto, forse ancora più interessante da un punto di vista filosofico, e cioè la manifestazione della sua distanza da un insegnamento che mirasse alla moltitudine, indicando così che il suo pensiero era che il modello alla base dell’incontro tra Anima e Mente e Apnea doveva legarsi alle caratteristiche e alla storia di ogni individuo, divenendo così un tracciato dai risvolti vastamente personalizzati. In qualche modo, arrivando a questo stesso principio da altre strade  –la mia formazione e la mia sperimentazione sui processi psico-dinamici- ho riferito le mie argomentazioni sul volume Il Libro del’Apnea (Edolimpia 2008), quando appunto parlo della costruzione di una mappa soggettiva, capace di valorizzare le qualità creative individuali. Una sintesi di quel percorso teorico l’ho proposta su questa testata da giugno in poi, parlando della rifondazione dell’esperienza ripartendo dal contatto ludico/creativo con l’acqua. Quelle giornate dell’Elba servirono comunque a confermare che la via dello Yoga era capace, anche attraverso una applicazione sintetica –fatta di pochi accorgimenti- a favorire un clima psico-fisico utile a una Apnea distesa. In fondo, le sequenze  -finalizzate al controllo delle tensioni muscolari ed emozionali, attraverso la capacità di stabilizzazione che deriva da una corretta successione di posizioni e di respiro coordinato-  producevano un rallentamento organismico che si rifletteva sulla frequenza del pensiero e in generale sulle frequenze elettriche del corpo. I risultati più significativi, in quei giorni di studio e sperimentazione, furono del praticante Yoga Luciano Plutino il quale, dopo alcuni tentativi incerti poiché totalmente inesperto di immersione in apnea, registrò molte apnee superiori ai 3 minuti, con una apnea massimale di 3 minuti e 30 secondi, che suscitò il plauso entusiastico di Mayol. Questa mia elaborazione, con la quale ancora una volta ho desiderato ricordare chi ci ha chiarito la strada, vuole essere un riconoscimento alla natura –anche fortemente introversa- dell’homo delphinus, che ci ha certamente parlato non solo con i gesti e le testimonianze –anche quelle scritte-, ma, come fanno certi maestri non sempre loquaci, anche con le cose non dette. Tra queste, sono convinto, ci sia lo spronarci verso una sperimentazione personale responsabile, avveduta, ma originale, nella quale tentare di far emergere qualcosa che abbiamo nel profondo. Per lui non è stato facile, e questo ce lo racconta proprio la fatica che ha fatto –e della quale ha voluto generosamente raccontarci- per lasciar passare tra gli ostacoli delle sua coscienza occidentale  -tutta improntata al pensiero e al controllo- le esortazioni del simpatico O Sho ‘San, che faticosamente gli dischiusero le porte del silenzio interiore nel quale, quando si è fortunati, ogni movimento mentale finalmente si sospende rivelando qualcosa. Qualcosa, si, non certamente una cosa o un ‘altra, e non necessariamente le stesse cose per tutti. In quelle profondità interne, ci popolano materiali indagati dai grandi della Psicologia Analitca: Sigmund Freud, che rivelò la dimensione dell’Inconscio Personale, e Gustav Jung, che ci portò verso la conoscenza dell’Inconscio Collettivo. Noi umani siamo costantemente, nella nostra esperienza individuale, influenzati  dall’incrocio dei materiali psichici che sostanziano queste due Dimensioni del Profondo. Noi, amici lettori, non meno faticosamente di quanto sia accaduto a Jaques Mayol e allo stesso Enzo Maiorca –del quale parlerò a breve- continueremo a muoverci su questo asse ideale che raccorda Anima-Mente-Corpo-Apnea, cercando quanto di condivisibile possa essere cercato e sperimentando, nelle nostre applicazioni soggettive,  al fine di amalgamare virtuosamente ciò che è comune –e che funziona più o meno allo stesso modo per ognuno di noi- e ciò che solo una intelligente e cauta esplorazione delle nostre vastità interne sarà capace di rivelarci.

 

Armando Lombardi

 

 

 

   

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